“Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto…”
…si, va be’ che l’Ariosto (mmm… buono, con le pata… ah, no, non è quello… è che dopo capodanno, insomma…) di fuori di testa se ne intendeva, però è la solita solfa: il bellimbusto manesco, la gnocca di turno, Angelica ma non troppo, viaggi sulla luna (chissà di cosa si facevano, all’epoca), insomma il solito casino. E poi, come sono i cavalieri ormai lo sappiamo…
E ne abbiamo abbastanza.
Vi racconteremo, invece, di una moderna (e nostrana) Bradamante, che ha sfidato terribili mostri e insidiosi incantesimi per amore. Amore per la vita.
(per illustrare un’incredibile donna piena d’amore per gli altri e per la vita, c’è solo l’immagine di quella stessa donna che rende l’idea!
)
Il nome della nostra amica è Monica, ma siccome è modesta si fa chiamare Monì (modesta, ma l’accento sulla i lo vuole). Non indossa un’armatura né un elmo, e le sue armi non tagliano né feriscono. Non è paladina di Francia, più che altro piadina di Romagna, ma è F(uori) d(i) T(esta), onorificenza ben più ambita (ehm…).
Da buona eroina da poema epico, ha avuto dozzine di disavventure, è andata incontro a mille pericoli, emergendone sempre vincitrice, con le sue armi d’amore.

Per esempio quella volta che si perse in una buia e piovosa sera d’inverno. Non vedeva al di là del muso del suo destrie… della sua Panda, quando un fulmine illuminò una casa. Fiduciosa (perché è così, la nostra amica), si infilò nel cortile di quella che le parve la più sgangherata delle case (successivamente vide una foto della casa di tal Mario e si ricredette) e bussò educatamente. La porta si socchiuse cigolando e lei entrò, scrollandosi le gocce d’acqua di dosso come un cucciolo. Poi, con la sua innata cortesia e il suo inconfondibile accento, se ne uscì con un “Socci, se piove!”. Si voltò sentendosi sfiorare la spalla, si tolse i capelli ancora umidi dagli occhi e vide, nella fioca luce, accentuata a sprazzi dai lampi, un tipo alto, magro, anzianotto e sciupatello, pallido, vestito di un vetusto abito nero tutto rattoppato, con una bocca sdentata tranne che per i canini, gialli di tartaro ma lunghi come quelli… come quelli di un vampiro! “Finalmente sei venuta”, gracchiò con voce di fisarmonica sfiatata, “sangue fresco per i seguaci del Signore Nero!”. Monì lo guardò sbarrando gli occhi, spaventata. Poi si rese conto di quanto scalcinato fosse questo decrepito erede di Nosferatu e sfoderò una delle sue più invincibili armi: un sorriso più luminoso del sole di mezzogiorno. Il vampiro arretrò terrorizzato, portandosi le mani sul volto, poi le ginocchia gli si piegarono e finì rovinosamente a terra, battendo la testa su un asse scardinata.
Quando si riprese, Monì stava finendo di ripulirgli la catapecchia. Gli preparò un brodo caldo e gli raccontò un po’ delle sue avventure della giornata, continuando a sorridere. Infine, quando la pioggia cessò di cadere e le nubi lasciarono il posto ad un bel cielo stellato, salutò educatamente il vecchio e raggiunse la sua Panda.

Non si seppe più nulla del vampiro che abitava quella casa, ma secondo una diceria ora è donatore di sangue all’AVIS.
Oppure quell’altra volta che si fece convincere da alcuni ragazzini a giocare ad una sorta di gioco dell’oca. In realtà era la versione deluxe di Jumanji, di cui la nostra povera amica non sapeva nulla. Monì lanciò i dadi e fece due sei. Al primo spostamento finì su una casella con scritto “Non aprite questa porta”. Non fece in tempo a commentare “Sorbole, come è realistico” che si ritrovò senza sapere come in una stanza sconosciuta, piena di mobili accatastati, bauli ricolmi di vecchia biancheria, carte e giornali ingialliti sul pavimento. Fece due passi avanti, scivolando su uno scivoloso rotocalco e finendo in una botola che non aveva visto. Mentre precipitava, avvertiva sempre più lontano il ghigno dei ragazzini che l’avevano invitata. Cadde su un cespuglio abbastanza morbido (“Morbido un par di maroni!”) e, rialzandosi, si trovò in una radura di erba bassa, niente in vista all’orizzonte. Guardò in basso e vide -incredibile!- i dadi del gioco. Li raccolse e provò a lanciarli. Uscirono due uno. “Chissà che vuol dire?”, si chiese la nostra curiosa amica. Non dovette attendere molto: dall’alto si udì la musica di un circo e dall’orizzonte, vuoto fino a quel momento, si avvicinò al galoppo un… una… boh? una roba verde a chiazze rosse e gialle, con una mezza dozzina di zampe munite di artigli e tre teste più brutte di Bruno Vespa, con bocche piene di denti ed un alito più letale delle fuoriuscite radioattive di Fukushima. Monì, inguaribile ottimista, pensò che l’orrenda bestia sarebbe passata oltre, ignorandola. Chissà, magari era diretta verso Milano, per i saldi. Lì si sarebbe confusa tranquillamente fra gli automobilisti mannari che girano in quella città. Invece no. Questa sorta di drago mal riuscito si fermò proprio davanti alla nostra amica. La guardò con i suoi nove occhi color rosso inferno, dimenando le teste come fossero terribili code. Monì era pietrificata dall’orrore.
Ad un certo punto, la bestia smise di agitare le teste, deglutì e sparò un rutto colossale e sulfureo, cotonando i capelli della nostra eroina. La quale, a questo punto, tirò fuori l’arma definitiva, contro cui nessuno può resistere: Monì si mise a ridere, della sua risata fragorosa, un po’ folle e incredibilmente contagiosa. Toccò alla bestia rimanere di sasso. Per pochi secondi, poi iniziò anch’essa a sogghignare, poi a ghignare, poi a ridere apertamente, da tutte e tre le bocche. Dopo pochi minuti, il mostro si rotolava per terra sghignazzando rovinosamente.

Quando finì di ridere, si rialzò, porse una zampa a Monì e si presentò: “Ciao, mi chiamo Rosa. Posso fare qualcosa per te?”. “Sì, farmi tornare a casa”. “Solo questo? Guarda, vai sempre dritta, dopo cento metri giri a destra e sei arrivata”. E così fu.
Insomma, la nostra cara Monì ne ha viste di tutti i colori. Ma con le sue buone qualità ne è sempre uscita vincitrice. Abbiamo saputo che ultimamente ha dovuto combattere per vincere il micidiale incantesimo di un mago oscuro.
Ce la sta facendo. L’altro giorno stava intrattenendo il mago con una tisana (in realtà, una pozione magica messa a punto da un amico esperto di magia bianca) e con una fetta delle sue ottime torte.

Ecco, siamo arrivati al dunque: torte, torta, torta di compleanno…
…COMPLEANNO!!! E’ IL TUO COMPLEANNO, MONI’!
TUTTI I TUOI AMICI TI FANNO I LORO PIU’ AFFETTUOSI AUGURI!
Grazie per quello che sei, per quello che ci doni, per quello che ci insegni.
Ti vogliamo bene, Monì!
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